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On. Licandro

Interventi

Dal Consiglio Regionale: intervento dell` on. Licandro sulla legge elettorale

Presidente, colleghi,

 

la legge elettorale che il Consiglio regionale sta discutendo in questi giorni rappresenta un utile, lo dico senza retorica, sforzo effettuato dalla commissione Autonomia per giungere ad una legge elettorale sarda, una legge che tuteli il più possibile le specificità della nostra isola. E questo sforzo va apprezzato, perché è importante che il Consiglio regionale della Sardegna ritrovi il più alto tasso di autonomia nei suoi atti e nelle sue decisioni.

 

Ma prima di gioire inutilmente ci sono da svolgere alcune considerazioni di ordine politico e altre giuridiche. Considerazioni ineludibili, lo dico per onestà, senza le quali potremmo dare in quest’Aula l’impressione di essere tutti d’accordo con tutti.

 

Non è così. E in questo intervento cercherò di porre in evidenza i limiti del momento nel quale viviamo, ripercorrendo anche le ragioni e i fatti che ci hanno portato a oggi.

 

         Il primo problema di una legge elettorale è il tempo: non ne abbiamo moltissimo, ma poco. Se proprio non vogliamo dire che il tempo è praticamente scaduto.

 

Arriviamo a discutere una nuova legge elettorale dopo che in questa legislatura difficile, le continue fibrillazioni della maggioranza hanno impedito al Consiglio regionale di lavorare per tempo sulla grande norma che regola il rinnovo della nostra Assemblea.

 

Io dubito fortemente  che in così poco tempo si possa concludere positivamente un dibattito che registra punti di vista  differenti e persino inconciliabili.

 

Non sto qui a riassumere le posizioni delle forze politiche su questi temi, anche perché servirebbe una ricerca specifica per cogliere le differenze di opinione e di intenti non solo tra i partiti ma tra ciascuno di noi ottanta.

 

Cominciamo dal rapporto tra gli elettori e il capo della coalizione.

 

Forza Italia è per il presidenzialismo, da sempre.

Da quando è nata.

 

Così come presidenzialista è la legge elettorale per le regioni a statuto ordinario che verrà applicata in occasione della prossima competizione elettorale sarda, se prima il Consiglio regionale non ne avrà approvato un’altra e sempre che non intervenga la scure referendaria.

 

Perché è necessario il presidenzialismo?

Perché il presidenzialismo è il modello che tutti gli italiani, non soltanto i sardi quando inondarono di preferenze nel 1999 Mauro Pili, hanno scelto come regola di rappresentanza e di responsabilità.

 

Gli elettori intendono sapere a chi, persona fisica che mette in gioco la sua credibilità personale, il suo passato e il suo futuro politico, verrà conferito il mandato di amministrarli.

 

Gli elettori hanno dimostrato che intendono conoscere il programma di governo e chi dovrà rappresentarlo senza che alchimie dell’ultima ora, ricambi di maggioranza e persino sottili e poco ideali ricatti possano impedire tutto questo.

 

La triste parentesi di questa legislatura che si va chiudendo ha rappresentato invece il contrario di quanto gli elettori, compresi quelli sardi, chiedono.

 

Ed è qui, prima di tutto qui, il distacco della politica dalla società civile.

 Quel distacco denunciato dagli elettori che produce effetti sui quali tutti, e in particolare il centrosinistra, ci stiamo interrogando. E’ il rischio del sorpasso per i partiti, che da forma democratica organizzata, certamente da rifondare ma organizzata, si ritrovano schiacciati da personalismi dell’ultima ora e da movimenti sulla cui consistenza elettorale, ben diversa dal forte effetto mediatico, ci si dovrà pure interrogare.

Il centrosinistra sardo si troverà probabilmente costretto ad abbracciare la candidatura di Renato Soru a presidente della Regione.

E lo dovrà fare, dovrà cioè subire questa candidatura perché sappiamo bene che non da tutti questa candidatura è auspicata o condivisa.

Non lo è perché non ha posto rimedio per tempo alla frattura tra il suo corpo elettorale e sociale e l’organizzazione delle forme partitiche.

 

         Del pari, inevitabilmente congiunto al presidenzialismo,  è il maggioritario il modello che i sardi di gran lunga preferiscono: un polo al governo e un altro all’opposizione.

 

Finiranno così, con la chiarezza di chi vince e di chi perde, dei poteri di governo a chi vince e del potere di controllo a chi perde, finiranno dicevo così i balletti, le crisi, i personalismi e gli isterismi che hanno condizionato anche l’azione di governo del centrodestra.

 

Si dice che in questo modo le forze più piccole dovranno effettuare una netta scelta di campo.

Permettetemi di dire che io non vedo quale sia il problema.

In ogni competizione ognuno sceglie il suo campo, la porta contro la quale tirare e quella da difendere. Ognuno sceglie i suoi compagni di squadra e lealmente li sostiene. Ognuno sceglie i suoi avversari e lealmente li deve ostacolare e fermare con lo strumento della proposta politica.

 

Non è vero che i partiti più piccoli spariranno con la legge elettorale italiana: semplicemente anche loro saranno costretti a scegliere, ad allearsi.

E in cambio di questa alleanza, del progetto che contribuiranno ad arricchire, otterranno il voto favorevole o meno del corpo elettorale.

 

L’alternativa sarebbe soltanto il caos del sistema proporzionale che, sotto un mantello di apparente democrazia, nasconde il disordine costituito ed eletto a sistema di malgoverno.

 

Se anche una riforma elettorale fosse possibile per tempo in quest’Aula quella riforma non potrebbe essere approvata da Forza Italia se non contenesse elementi certi di maggioritario.

Magari con un piccolo correttivo in senso proporzionale, rappresentato dalla quota di sbarramento. Ma il risultato finale dovrebbe essere capace di far comprendere agli elettori sardi che chi viene chiamato a governare è al tempo stesso messo nelle condizioni di farlo, per esplicare liberamente il programma.

 

Vorrei aggiungere un’altra considerazione sul cosiddetto listino bloccato: il collega Massimo Fantola, nel suo intervento, ha affermato che si tratta di una pratica antidemocratica ed è questo un pensiero ed un principio certamente condivisibile. Ma io credo che ci siano elementi di difesa per questa eventuale scelta che invece viene considerata, appunto, sommamente antidemocratica.

 

Il listino regionale, come si sa, viene formato dai partiti della coalizione che decidono quali tra i più autorevoli consiglieri ne debbano fare parte.

Molti affermano che in realtà si tratta di un sistema per eludere la ricerca del voto personale, per garantirsi rendite di posizione.  O peggio ancora: per impedire il ricambio, mantenendo ben salde le oligarchie di partito.

 

Non credo che queste accuse abbiamo tutte un fondamento perché è chiaro che ogni candidato sulla lista regionale, pur non raccogliendo consensi personali in modo diretto, avrà il dovere di sostenere la lista e in virtù del suo sostegno aumenterà le possibilità di accedere all’elezione.

 

In ogni caso, la scelta delle candidature apparterrà alla coalizione, che altro non è che la sommatoria di tutte le forze dell’alleanza, e che sono tutte forze democratiche: in conseguenza di ciò non riesco francamente a cogliere il fondamento dell’accusa di scarsa democrazia per quanto riguarda questo pezzo di legge elettorale.

 

Semmai è vero che si tratterà di una indicazione mediata ma relativa comunque soltanto a sedici consiglieri su ottanta. Quelli che, con il loro consenso, garantiranno la stabilità dell’esecutivo.

 

C’è da chiedersi piuttosto, con un regolamento consiliare ingessato qual è il nostro, quanto sarà possibile tradurre in atti e leggi dell’Aula  la ritrovata energia dell’esecutivo.

 

Ma questo è un altro capitolo, che potrà essere affrontato soltanto al principio della prossima legislatura. Così come un’altra legge elettorale, non italiana ma sarda, potrà essere seriamente affrontata dopo l’insediamento del nuovo Consiglio regionale.

 

Dunque, sono questi i paletti e sono queste le posizioni che rigidamente pone Forza Italia. Senza i quali non c’è riforma elettorale possibile.

 

Sono paletti di coerenza, sono steccati che nascono dal rispetto verso gli elettori.

Rispetto che è venuto meno in questi anni, per effetto di stravolgimenti circensi delle regole.

Si doveva garantire un governo alla Sardegna ma è stato possibile farlo soltanto in parte e in alcune circostanze piuttosto male.

 

L’esperienza è la forza delle persone intelligenti ma soprattutto di chi  è chiamato a ruoli di responsabilità, come il nostro.

 

Alla luce dell’esperienza, tra una legge elettorale che garantisce l’affermazione dei nostri valori e un’altra quasi al buio, maturata con un dibattito politico importante ma non del tutto rappresentativo delle istanze dell’Aula, tra una legge elettorale non sarda ma collaudata già in altre Regioni e un’altra dagli effetti potenzialmente e altamente pericolosi, che rischia di riportarci indietro nel caos proprio quando dal caos forse stiamo per uscire, noi di Forza Italia siamo per il migliore risultato possibile.

 

E il dibattito che si è sviluppato già sui giornali in questi giorni e in queste ore in Aula rende alla perfezione la misura del fatto che dentro la Casa della libertà, Forza Italia non è sola a difendere questi principi.

 

 

 

Soltanto un accordo miracoloso e fermo sui principi che ho illustrato prima, un accordo che nasca dalla presa d’atto dei limiti della legge elettorale che ci ha insediato qui,  potrebbe farci approdare verso una riforma diversa.

 

Cari colleghi, non sarà vergogna se andremo tra pochi mesi al voto con una legge elettorale partorita nel Parlamento italiano.

 

Non sarà vergogna, non sarà un’onta dell’Autonomia perché il massimo danno dell’istituto autonomistico  è stato procurato in questa legislatura che ha prodotto poco e soprattutto ha rappresentato ai Sardi, anche e soprattutto per colpa di una legge elettorale mostruosa, l’idea che noi, nel complesso, non siamo stati all’altezza del compito affidato. Grazie

 

Mimmo Licandro

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